nonostante rimangano aperte, "sulla carta", sia pure con alti e bassi, le trattative di Kampala fra governo RDC e ribelli M23, per una soluzione negoziata del conflitto; nonostante il cosidetto "accordo di Addis Abeba" di febbraio 2013, patto di rispetto e di collaborazione reciproca sia in fatto di sicurezza che in fatto di economia fra 11 paesi africani (tra i quali RD Congo, Rwanda, Uganda, Mozambico, Sudafrica, Tanzania, Burundi, Angola) sotto l'egida dell'ONU; nonostante la presenza raffozata di truppe ONU e l'impegno forte del segretario ONU Ban-Ki-Moon; nonostante le dichiarazioni e la pressione apparente degli Stati Uniti per distogliere il Rwanda (di fatto un protettorato USA in Africa) dall'appoggio ai ribelli.
Nel contempo si è aperto un altro fronte al confine  con l'Uganda. In questo caso il gruppo ribelle  è l' ADF (Allied Democratic Forces, di ispirazione islamica), un gruppo formatosi in Uganda, nelle montagne del Ruwenzori  negli  anni '90, e poi, sgominato dall'esercito ugandese, trapiantatosi in RD COngo), probabilmente appoggiato da mercenari somali (appartenenti agli estremisti musulmani al-Shabab, che già hanno dato un bel contributo al disastro somalo). V. post di BBC Africa
Naturalmente le conseguenze sono altre decine di migliaia di sfollati,  che si aggiungono ai circa 800.000 conteggiati dall'ONU nel 2012 nel solo Nord Kivu, e agli oltre 800.000 nel Sud Kivu (oltre 2.000.000 in tutto l'RD Congo, v. grafico),  rifugiati nei vari campi attrezzati del Kivu, del Rwanda, dell'Uganda, e che continuano a spostarsi da un campo all'altro cercando di scampare alla guerra; e altri centinaia di morti (che si aggiungono agli 8 milioni stimati  dal 1994 ad oggi).