disordini a kinshasa settembre 2016 Siamo ormai alla scadenza dell’ultimo mandato di Joseph Kabila come presidente della RDC (lo è dal 2001, cioè dall’assassinio del padre Laurent Kabila, a sua volta subentrato a Mobuto guidando una ribellione, con l’aiuto di diverse forze straniere, tra cui Rwanda e Uganda, nel 1997). Ciò secondo la vigente costituzione della RD Congo. Ma Kabila ha fatto recentemente approvare dalla Corte Suprema una nuova legge che impedisce di tenere elezioni presidenziali fino al completamento di un censimento generale della popolazione (che doveva tenersi già anni fa).
Inoltre nell’ottobre scorso ha indotto una parte dell’opposizione a concordare una proroga fino ad aprile del 2018.
La CENCO (conferenza episcopale congolese) si sta prodigando, finora senza successo, per trovare un ulteriore compromesso anche con il resto dell’opposizione, guidata dall’anziano Tshikesedi, nel tentativo di evitare probabili bagni di sangue. Papa Francesco ha recentemente ricevuto lo stesso Kabila, e consorte, probabilmente per indurlo a miti consigli, in apparenza senza ottenere risultati. Stati Uniti ed Unione Europea, dal canto loro, hanno applicato o minacciato sanzioni (economiche) nei confronti di alti esponenti del regime, ma non di Kabila, senza che ciò comportasse un cambio di rotta.
L’opposizione sembra disponibile, non così Kabila. Nei giorni scorsi sono state chiuse alcune stazioni radio. Da oggi è anche impedito l’accesso ai “social networks”. Nel corso del 2016, diversi momenti di protesta e di rivolta si sono conclusi nel sangue. La popolazione è esasperata e impaurita.
Sotto J. Kabila l’economia (il PIL) congolese è certamente cresciuta, anche se quest’anno si chiuderà con un +4% anziché con il previsto +9% di crescita, a causa della caduta dei prezzi di molte materie prime, di cui il Congo è grande esportatore, grazie alle sue miniere, alle sue foreste, ai suoi terreni fertili.
Ma la ricchezza è rimasta nelle mani di pochissimi: multinazionali (americane, canadesi, australiane, europee, cinesi) , e lo stesso entourage di Kabila, la sua famiglia allargata (pare che il guerrigliero/avventuriero Laurent Kabila abbia generato più di 30 figli da 7 donne diverse in Congo, Tanzania, Uganda), e i suoi accoliti e favoriti. Bloomberg.com ha recentemente pubblicato un rapporto che documenta in dettaglio la fitta rete di interessi economici che fa capo alla famiglia di Kabila. E’ presumibile che sia la difesa di questa ricchezza, in buona parte accumulata illegalmente, e fors’anche l’interesse dei paesi vicini (Rwanda e Uganda), che contano sull’acquiescenza di Kabila per portare avanti politiche di espansione territoriale ed economica a spese della RD Congo, che spingono Kabila a voler prolungare a tutti costi il suo mandata presidenziale.
La maggior parte della popolazione, in crescita esponenziale (al giorno d’oggi già oltre i 75 milioni di abitanti), è rimasta invece immersa in una miseria senza prospettive, in un ambiente dove la corruzione arriva abitualmente ai livelli più alti, dove il lavoro è spesso sinonimo di ipersfruttamento senza alcun controllo, dove l’insicurezza e la violenza sono di casa. Banditi e ribelli seminano il terrore. Anziché contrastarli, esercito e polizia regolari, non adeguatamente preparati, mal organizzati, forse mal pagati, e a volte subordinati a potenze straniere (stati confinanti ansiosi di bottino e meglio organizzati), spesso si comportano allo stesso modo. Un nutritissimo distaccamento dell’ONU (la MONUC), circa 20.000 uomini di stanza nel Nord Kivu già da molti anni, sta sostanzialmente a guardare, aspettando lo stipendio a fine mese, o addirittura partecipando a loschi traffici.