Da un articolo della MIT Technology  Review. Aggiornamento  su un tema già trattato su questo blog (v.  precedente articolo).
Il Rwanda e la Repubblica Democratica del Congo, affamati di energia, stanno provando a estrarla dalle acque del lago Kivu, di cui sono entrambi paesi rivieraschi, e nello stesso tempo evitare una possibile catastrofe. Si stima che il lago contenga circa 60 miliardi  di mc di metano e 300 miliardi di mc di CO2. I gas, originati dal'intensa attività vulcanica in prossimità del lago (tristemente famoso il vulcano Nyiragongo che nel 2002 ha distrutto la città di Goma), e dalla decomposizione batterica di materiale organico, rappresentano sia un pericolo sia un potenziale economico.
impianto estrazione gas lago kivu largeIl metano del lago potrebbe arrivare ad  alimentare una produzione elettrica pari a circa 1GW di potenza continua, e ciò potrebbe rappresentare una svolta sia per il Rwanda che per il Congo orientale, favorndo la nascita di nuove industrie e alleviando l'estrema  povertà della popolazione. Se l'estrazione fosse fatta in modo appropriato e cooperativo fra i 2 paesi, ciò potrebbe anche contribuire a consolidare la stabilità di una regione a lungo travagliata da guerre, rivolte, disordini.
Inoltre l'estrazione contribuirebbe a contenere l'alta e crescente concentrazione di metano e di CO2, che altrimenti potrebbe causare, prima o poi, un'eruzione violenta di questi gas, una volta che la loro pressione ad una data profondità superasse quella dell'acqua, e la loro rapida diffusione nell'aria, provocando la morte per asfissia di centinaia di migliaia di persone (sulle rive del lago oggi vivono circa 2 milioni di persone); pompare quantità significative di gas fuori dall'acqua del lago, per ricavarne energia, dovrebbe ridurre questi rischi.
D'altra parte alcuni esperti pensano che processi di estrazione non attentamente valutati e messi in opera potrebbero disturbare la naturale stratificazione che tiene i gas intrappolati nelle acque profonde, contribuendo così ad aumentare, anzichè diminuire, il rischio di eruzione, e riducendo le riserve. Per ridurre l'impatto dell'estrazione Rwanda e Congo hanno da tempo adottato di comune accordo alcune linee guida generali per l'estrazione del gas. principalmente la reiniezione dell'acqua degassata a profondità di oltre 260 metri, per non danneggiare l'ecosistema e non sconvolgere la struttura delle acque del lago, costituita da strati liquidi di diversa densità.
Attualmente dal lato rwandese è in fase di completamento la prima parte del progetto Kiwuwatt, del valore di 200 milioni di dollari, a cura della statunitense Contour Global, che dovrebbe entro il 2015 cominciare a produrre 25 MW continui, con possibilità di salire a 100. un'altra  società U.S.A., la Symbion Power, dovrebbe iniziare entro l'anno la costruzione di un impianto da 50 MW. Già in funzione dal 2008, un impianto pilota produce qualche megawatt in modo intermittente. Prima ancora, a partire dal 1966, il gas del lago è stato usato per riscaldare i bollitori di una fabbrica di birra.
Dal lato congolese i progetti sono ancora sulla carta. Il ministro dell'energia, nella lontana capitale Kinshasa, sta  ancora valutando l'esito di una prima gara per la concessione di estrazione e sfruttamento del gas del lago Kivu. Eppure il bisogno di energia della Repuublica Democratica del Congo, 77 milioni di abitanti, e 2.500.000 kmq di superficie, è estremo. E' vero che ha un potenziale idroelettrico enorme: l'impianto delle  cascate di Inga, sul fiume Congo,  da solo potrebbe produrre più  di 40 GW continui di potenza, ma attualmente  produce appena 2 GW. La rete di trasporto, poi, ha una capacità massima di circa 2,5 GW, di cui solo metà normalmente disponibili. Goma, una città con circa 1 milione di residenti, ha una capacità disponibile di soli 5 MW. Lo sviluppo  della griglia elettrica nel nord-est del Congo può portare allo crescita di industrie e posti di lavoro, riducendo l'attrattiva, per tanti giovani disoccupati, di arruolarsi in gruppi armati. Inoltre un maggiore sviluppo economico, e una maggiore disponibilità di energia, potrebbero indebolire il mercato del carbone vegetale, un commercio che genera milioni di dollari all'anno per le milizie locali, e porta a un'estesa deforestazione.